Come Ho Messo Fine Alla Tortura Rinunciando Al Mio Scopo Nella Vita di Blossom Benedict

Tutti quanti cresciamo sentendo storie di una crisi di mezz’età. Quando avevo 20 anni, la mamma della mia migliore amica divorziò dal padre e scappò in Messico con un ballerino di salsa 25enne. Suo padre si comprò una Porsche decapottabile e si rubò una nuova ragazza. Avevano 50 anni e la loro figlia stava per andare all’università. Cos’altro ci si poteva aspettare?

NYEro preparata per questa crisi. Sarei stata più grande e saggia. In teoria avrei anche avuto denaro. L’avrei capita in qualche modo.

Ma nessuno mi aveva avvertita della crisi del quarto di vita. Quella che in breve chiamerò la crisi “santo cazzo, sono uscita dall’università, cosa farò della mia vita, esiste un dio, perché sono al mondo e che cosa significa tutto questo?”. Ecco, proprio quella.

Essendo stata una persona spensierata per la maggior parte della mia vita, ero davvero orripilata quando a 24 anni improvvisamente sono diventata così ossessionata da questa domanda di cosa ero quì a fare. Ho sempre amato cantare e ballare e così mi sono fatta strada negli Stati Uniti fino a New York dove pensavo che avrei trovato il mio sogno su Broadway e con un pò di fortuna, iniziato la mia strada verso il mio “per sempre felici e contenti”.

Ma alcuni anni dopo, non solo le audizioni avevano perso parte del loro glamour, ma anche -quando ottenevo di entrare nel cast- generalmente ero pronta a concludere lo show già dopo la seconda serata. Il grande sogno di ottenere un parte in uno show che andasse in scena per molto tempo mi sembrava beh, morbosa, facendomi mettere in dubbio se in qualche maniera sono io che creo il mio sogno e se in ogni caso questo sarebbe stato in qualche modo appagante?

Se non Broadway allora cosa?! Questa domanda mi perseguitava. Insicura di niente che non fosse questo cocente e profondo sapere che ero quì per fare qualcosa di grandioso e significativo, mi sono dedicata alla “missione”. Libri come “La vita con uno scopo° e “An artists way”  (non tradotto in italiano) ingombravano i ripiani della libreria e smorzavano il mio spirito, uno per uno.

Forse la mia vocazione era quella di meditare? O apportare pura salute al pianeta insegnando agli altri a fare concentrati e pulizie del colon? Forse ero destinata ad addentrami nell’insegnamento in una Scuola Waldorf in Nuova Zelanda? O forse dovevo iscrivermi a giurisprudenza e vedere se potevo portare giustizia al pianeta? Forse ero destinata a stare in silenzio sulla cima di una collina e servire gli altri? Ecco, mi sarei unita ad un convento e avrei imparato ad essere in pace con tutto questo niente!

In retrospettiva posso tranquillamente dire che gli anni intorno ai 25 erano seriamente carenti di una prospettiva su chi io ero davvero. Blossom la macchinetta parlante era stata messa su questa terra per essere in silenzio e lavare la merda dalle chiappe delle persone? Hmmmm…

Ma senza andare alle particolari conclusioni che stavo raggiungendo, il semplice punto di questa storia è questo: faceva schifo. Faceva schifo sentirsi così poco chiara. Così diversa da un bambino in un negozio di caramelle, deliziata dalle possibilità da e tutte le porte davanti a me, io invece mi sentivo un relitto. Da qualche parte mi ero bevuta l’idea che dovesse essercene uno solo. E non uno qualunque. Quella divina singola cosa per la quale ero stata messa quì. Ed era mio compito scoprire cos’era. E stavo fallendo.

Ho pregato più ferventemente. Ho digiunato. Ho scritto diari.

Ho letto foglie di the e linee della mano, aperto chakras, letto auree, sono rimasta seduta in saune, ho parlato a sensitivi. Ho scritto lettere a Dio che ho poi bruciato nella speranza che sentisse la mia richiesta e rispondesse ai segnali di fumo. E quando tutto quanto era fallito… ho semplicemnete pianto.

Potrei probabilmente etichettare quell’anno, l’anno del singhiozzo. Se tutti quanti erano sulla terra per una ragione, io ero rotta ed inservibile. Non sapevo qual’era la mia.

La domanda che ha interrotto la pazzia è fin troppo semplice da scrivere come la frase che viene dopo e comunque, eccola quì. Ho incontrato un uomo che mi ha chiesto semplicemente e a bruciapelo:

E se il proposito della vita fosse divertirsi?

Cosa!?

“E se il proposito della vita fosse divertirsi?”

Ma non può essere. È irresponsabile. Non è abbastanza. Dev’essere qualcosa di più grande.

E comunque, ho iniziato ad osservarmi.

Quando arrivò il diluvio successivo ed io corsi nel parco ridendo mentre tutti quanti stavano aspettando che passasse. Mi sentivo viva. Quando mi sono tolta i tacchi e ho saltellato per la Quinta Strada ed i turisti fotografavano i miei piedi nudi. Non potevo smettere di ridacchiare. E quando ero felice, le persone cambiavano, la terra sorrideva ed io ero me stessa con facilità.

E se il proposito della vita fosse divertirsi?” Ho iniziato a chiedermelo con reale curiosità, meno arrabbiata verso questa domanda e più disposta a lasciare che così fosse. Divertente. Divertente. Divertente.

Ho inventato una storia folle e sono uscita dal lavoro presto per un’audizione ad un musical di cui in realtà non mi importava nulla ed ho ottenuto il posto.

Ho aiutato un senzatetto ad attraversare la strada nella sua sedia a rotelle e sono rimasta a flirtare con lui e sono finita in una selvaggia avventura con le leggende del jazz di Harlem.

Il  divertimento non mi stava conducendo ad un grande epitaffio dal cielo, ma mi stava portando alla mia vita. E quando vivevo, brillavo. E quando brillavo, le opportunità si mostravano al mio fianco. E quel che è più, quando ero felici, la terra era viva e grata.

Senza neanche averne l’intenzione, stavo in qualche modo creando vivere piuttosto che cercare di organizzare una vita. E in tutto quel trambusto, mi sono dimenticata di essere afflitta e ho iniziato a prosperare.

Adesso mi è piuttosto chiaro di quanto crudele sia il concetto di proposito. Di quando sgarbato sia sbatterlo in giro davanti ai bambini come se fosse qualcosa che possono scoprire o trovare. E poi ancora, immagino che non sia meno contorto di “quello giusto”o “vissero per sempre felici e contenti”. Conosco amici che hanno crisi del quarto di vita molto più toste della mia su queste tremende di bugie.

Sarebbe così cattivo se smettessimo di sfornare concetti idillici orribili ed impossibili ai bambini e facessimo piuttosto delle domande?

Come sarebbe se ti avessero chiesto da bambino “e se il proposito della vita fosse divertirsi?”

Quali scelte potrebbe avere spalancato questo nella tua vita?

E questa porta si può aprire ora?

di Blossom Benedict

www.blossombenedict.com